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RBL Berlin / Culture - I

di Massimiliano D'Acconti ed Emilio Tamburini, foto di Dario Laganà
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MEMORIA E FUTURO ALL'ISTITUTO DI CULTURA ITALIANA A BERLINO

Al volgere dell'8 settembre 1943, a seguito del 'proclama Badoglio' che annunciava l'armistizio con gli anglo-americani, centinaia di migliaia di soldati italiani si trovarono alla mercé di una repentina inversione di alleanze per fronteggiare la quale, com'è noto, non poterono fare affidamento su alcuna indicazione dall'alto.

Meno latitanti di quelli italiani, i vertici militari tedeschi disposero immediatamente l'operazione “Achse” per l'occupazione militare della penisola. Migliaia di soldati e ufficiali italiani vennero fatti prigionieri e messi davanti a una scelta: combattere  a fianco della Wehrmacht oppure la prigionia. Oltre 650.000 scelsero la via dei Lager nazisti e con ciò ebbe inizio per loro quella che Michele Montagano, uno degli ultimi reduci rimasti a testimoniare questa travagliata pagina di storia, ha definito come una vera e propria “Resistenza parallela.”

In questi giorni presso l'Istituto Italiano di Cultura di Berlino è ospitata una mostra documentaria che ripercorre la loro storia. Nata dalla collaborazione fra l'Ambasciata italiana e l'A.N.R.P. (Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall'Internamento, dalla guerra di Liberazione e loro familiari), finanziata dal “Fondo Italo-Tedesco per il futuro”, lo scopo dell'iniziativa rispecchia il suo titolo: “Italia – Germania: insieme per una politica della memoria.” Aperta al pubblico dal 9 al 19 gennaio 2018, è stata inaugurata da una conferenza nella quale si sono succeduti gli interventi, introdotti dal direttore dell'istituto Luigi Reitani, degli storici Luciano Zani, Lutz Klinkhammer e Wofgang Schieder, dell'archivista Federica Onelli e di Michele Montagano, reduce dall'internamento e Presidente Vicario dell'ANRP. Nel suo intervento, quest'ultimo ha posto l'accento sull'elemento volontaristico nella detenzione di quelle centinaia di migliaia di soldati che rifiutarono a più riprese di servire la causa del nazismo. Benché fossero stati inizialmente catturati come Kriegsgefangenen (prigionieri di guerra), l'alleanza fra il Reich e la neonata Repubblica Sociale Italiana di Mussolini comportò la loro trasformazione giuridica in internati militari (da cui la sigla IMI) e la conseguente perdita dei diritti sanciti dalle convenzioni militari e patrocinati dagli istituti internazionali, quali per esempio il sussidio della Croce Rossa. Abbandonati a se stessi, furono subito indirizzati al lavoro coatto e sottoposti al torchio della fame, mentre fra Salò e Berlino si dibatteva della loro sorte.

Come ha spiegato il curatore della mostra Luciano Zani, Mussolini non poteva ignorare il fenomeno degli IMI, sia perché contando anche le loro famiglie esso coinvolse circa dieci milioni di italiani, sia perché la neonata Repubblica era impegnata in un continuo braccio di ferro col governo tedesco per la formazione di un proprio esercito. Allo stesso tempo però la loro fedeltà al re e al legittimo governo di Badoglio, espressa con il continuo e reiterato rifiuto a firmare la dichiarazione di fedeltà a Mussolini e Hitler, non poteva che classificare gli IMI come traditori della causa fascista.

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Del resto le esigenze del governo nazista erano ben altre, come fa presente il Prof. Klinkhammer, che non quella di fornire un esercito a Salò, considerata poco più che un paese satellite. Al Reich servivano lavoratori che prendessero il posto degli uomini impegnati al fronte, nell'industria, nell'agricoltura e nell'opera del genio civile. Fu così che nell'Agosto del 1944 fu disposta una manovra politico-diplomatica che convertì tutti gli internati in lavoratori civili, formalmente liberi e dotati di libretto di lavoro, alle dipendenze del Reich. Tutt'altro che una liberazione, come venne invece propagandata dall'RSI, questa “civilizzazione” significò per i soldati italiani uno stato di schiavitù legalizzata, a cui si aggiungeva l'onta della degradazione da militari a civili e il disprezzo e i maltrattamenti da parte di quei tedeschi che li consideravano dei traditori. Wolfgang Schieder sottolinea come essi siano stati fra le vittime più dimenticate della guerra, e la loro resistenza al compromesso col nazifascismo a lungo condannata all'oblio per diverse ragioni. Perché essa non s'è combattuta con le armi e non fu celebrata come la lotta partigiana; per i latenti sospetti di collaborazionismo; per la generale stanchezza da guerra che, quando gli IMI tornarono in patria, indusse la collettività a volgere altrove il proprio sguardo. Ma anche sul piano storiografico si può parlare di un parziale oblio, perché i documenti relativi alla vicenda degli IMI sono stati dati a lungo per dispersi, tanto da costituire quella che Federica Onelli ha definito una “chimera archivistica”, finché non sono emersi all'interno dell'archivio storico-diplomatico della Farnesina. Anche per questo la mostra visitabile all'I.I.C. di Berlino, che verrà riproposta a Roma dal 5 al 18 febbraio nella sede della ANRP, rappresenta un'occasione unica per approfondire questa pagina di storia troppo a lungo trascurata.

LA VOCE DI MICHELE MONTAGANO
In seguito alla conferenza abbiamo incontrato Michele Montagano per farci raccontare qualcosa di più sulla sua esperienza di prigioniero, di internato e di superstite. La sua testimonianza di quel che ha vissuto più di settanta anni fa è fresca e lucida quanto lui, giovanilissimo novantasettenne dalla battuta pronta e che ancora programma viaggi e interventi affinché questa memoria non svanisca.

L’audio integrale dell’intervista è disponibile presso questo link.
Il report della mostra prosegue nella seconda parte dell'articolo: RBL Berlin / Culture - II

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